Nuovo indirizzo
Lo spazio su interfree era esaurito e così ci siamo trasferiti da queste parti:
bottone.blogspot.com
Lo spazio su interfree era esaurito e così ci siamo trasferiti da queste parti:
bottone.blogspot.com
Blog italiani notati negli ultimi giorni:
- Erbe cattive
- SiFossiFoco
- terrabrasilis
- Quaderno d'appunti
- aletheia
- le botteghe color cannella
Questo l'avrei voluto scrivere io ed invece è apparso su Farfintadiesseresani.
Aggiungo solo che io ricordo bene quel giorno anche perché morì Karl Popper. Lascio alla vostra fantasia stabilire cosa accomuna i due personaggi. ;)
Ieri cadeva il decimo anniversario della morte di Moana Pozzi. Impossibile non accorgersene. I media ne hanno parlato in ogni modo, ricordandola in modalità santino. Vanity Fair, per dire, da tre settimane non parla d'altro. Ovunque, Rai compresa, ci vengono rifilate interviste ai suoi famigliari, ai numerosi vip che l'hanno conosciuta di persona, a colleghi e colleghe del bel tempo che fu.
Ora: la notizia della morte di Moana Pozzi mi provocò un certo smarrimento, per il semplice fatto che morì giovane. E anche per un altro motivo, va detto: perché accostare l'idea stessa di morte al mondo dell'eros è cosa che turba, toccando un tasto umano, troppo umano. Mi fermo qui, senza citare pedantemente Freud. Spero si capisca ciò che intendo.
Ciò detto: punto.
Invece, si avverte nell'aria la tendenza a innalzare la povera morta a icona globale, meritevole di obbligatoria ammirazione (artistica, morale, di che genere?) anche da parte di chi, come il sottoscritto, sia un frequentatore alquanto episodico del genere che le diede fama.
In particolare, i commemoratori paiono essere tutti concordi su una cosa: era una donna straordinariamente intelligente. Sembra quasi, ad ascoltare le postume apologie, che raramente persone più nobili della commemorata abbiano calcato la polvere del bistrattato pianeta.
Posso dissociarmi dal coro? Posso ricordare che Moana Pozzi fece parte del "Partito dell'amore", e con questo ritenere detto molto, se non tutto? Posso far memoria del fatto che indulgeva spesso, nelle sue apparizioni pubbliche, ad atteggiamenti avvilenti per lei che li teneva e per chi ne ne infoiava? Posso anticipare l'obiezione e provare a spiegare che la sua consapevolezza in merito è da considerarsi aggravante, e non attenuante? Posso sospettare che dietro la mitizzazione postuma lavori un inconsapevole istinto a creare miti farlocchi (in questo caso, quello della "puttana suo malgrado") tanto consolatori quanto insensati, perfetti per compiacere la vacuità di questa risma di gente (che siamo poi noi) gaiamente postcattolica e tristemente irrazionale?
posted Thursday, 16 September 2004
Ieri sera all'RDS Dublino è stato battuto un record del mondo. Si tratta del numero di partecipanti ad un quiz. Il precedente era di 682 concorrenti ma ieri c'erano più di mille persone. Oltre 260 squadre, anche di giocatori professionisti. Il ricavato della serata è andato in beneficenza ad un'associazione scelta dalla squadra vincitrice.
Anch'io ho partecipato, con Blathnaid, Majella e Walsh. Modestamente, ce la siamo cavata molto bene, ad una decina di punti dai vincitori.
Addio Giuni Russo voce libera del pop
«Ho accettato la malattia in ginocchio». Il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le sue amiche carmelitane
Di Gigio Rancilio
«Sai, sono diventata un po' carmelitana. Merito di santa Teresa d'Avila e di Edith Stein». Giuni Russo, morta l'altra notte a 53 anni (li aveva compiuti il 10 settembre), parlava con amore del suo cammino spirituale iniziato negli anni Novanta, «dopo un lungo peregrinare tra Ermete Trismegisto, Steiner e la teosofia». Nel mondo della musica si era fatta la fama di dura e scontrosa, ma in realtà era solo esigente. Con se stessa, prima che con gli altri. Sapeva che la vita era un dono. E non voleva sprecarla. Soprattutto da quando, cinque anni fa, aveva scoperto di avere un cancro. «Ho già fatto tre operazioni. Mi avevano detto che non avrei superato il 2002».
Il 10 aprile scorso, attraverso Avvenire Giuni scelse di rendere pubblica la sua lotta. «Non mi interessa più nascondermi. A Sanremo, l'anno scorso, l'ho fatto perché sarebbe stato amorale partecipare alla gara "da malata"». Guardandola negli occhi vedevi una donna in pace. Era impossibile non chiederle come faceva ad essere così serena. «Ho fatto pace col mio male. Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto e litigato col Crocifisso. Alla fine, però, ho accettato la malattia. In ginocchio».
Mentre parlava, a volte, la sua voce si incrinava un po'. Ma il suo cruccio era un'altra malattia. «I discografici ormai vogliono solo le canzonette. Ma io sono disposta a fare la fame per non cedere a compromessi. Non ho marito né figli. Vivo con poco. Così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere un'artista libera». Così libera da rifiutare all'inizio di incidere Un'estate al mare, che diventò invece il suo successo più grande: «Quando il mio amico Franco Battiato me la propose mi arrabbiai perché avevo appena finito di incidere un album folle e libero come Energie. Poi, dopo averla ascoltata bene, accettai. È rimasta in hit parade sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato. Per qualcuno sono stata molto ingenua. Sicuramente sono stata lib era». Ecco: Giusi Romeo, in arte Giuni Russo, in fondo voleva solo questo: essere un'artista libera in un mondo sempre più omologato. Facile da dirsi. Durissimo da farsi. «Avevo anche pensato di ritirarmi. È stata la mia guida spirituale a convincermi a non lasciare tutto. Mi disse: "Non puoi smettere di cantare, hai avuto un dono meraviglioso e hai il dovere di non soffocarlo». Solo l'acuirsi della malattia, negli ultimi mesi, l'ha costretta a venir meno al «suo dovere», cancellando alcune esibizioni. «Il sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla morte».
Le sue monachelle, come amava chiamarle, l'hanno seguita fino alla fine. Esaudendo il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le Carmelitane Scalze, al cimitero Maggiore di Milano. I funerali di Giuni si terranno oggi alle 14.45 al monastero delle Carmelitane Scalze, in via Marcantonio Colonna. Il suo amico Franco Battiato non ci sarà. È all'estero per una tournée. Ieri sera le ha dedicato un concerto.
Mancano all’appello 90 milioni di donne e 45 mila miliardi di dollari
Grazie ad un’errata pianificazione familiare
NEW YORK, sabato, 4 settembre 2004 (ZENIT.org).- Mentre le Nazioni Unite e i gruppi per la pianificazione familiare proseguono nei loro tentativi di ridurre i tassi di natalità, diversi libri pubblicati di recente hanno posto l’attenzione sui gravi problemi economici e sociali che derivano proprio da un numero troppo basso di figli.
Uno di questi libri, dal titolo "Bare Branches: The Security Implications of Asia's Surplus Male Population" tratta delle conseguenze insite nell’eccessivo numero di giovani maschi, a cui in Cina ci si riferisce con l’espressione “bare branches” [rami spogli]. Valerie Hudson e Andrea den Boer osservano che la Cina e l’India, che contano il 38% della popolazione mondiale, hanno un surplus di giovani di sesso maschile ben più alto di quanto le forze della natura sarebbero in grado di produrre.
Gli autori dedicano un intero capitolo alla storia della selezione sessuale, osservando che l’infanticidio femminile è stato praticato da molte culture in diverse epoche. La cultura asiatica ha dimostrato una preferenza particolarmente marcata per i figli maschi e la tecnologia moderna ha permesso a questa preferenza di essere applicata in misura ancor più radicale che nel passato.
Un normale rapporto tra il numero di maschi e di femmine al momento della nascita è di 105-107 maschi per ogni 100 femmine. Questo normalmente si traduce in un rapporto di quasi 100 maschi per 100 femmine, in relazione alla popolazione totale. Gli autori osservano che non è facile reperire statistiche affidabili sui tassi di natalità. In Cina, i dati sui rapporti tra la popolazione maschile e femminile alla nascita variano dai 115,62 ai 121,01 maschi per ogni 100 femmine. L’India mostra livelli di 111 per 113, con punte di 132 e 156 in alcune aree. Nella Corea del Sud, dopo aver raggiunto i 116,9 nel 1990, il numero si è stabilizzato sui 109,6. In Taiwan, risultano 109,5 maschi per 100 femmine alla nascita.
Lo squilibrio tra i sessi alla nascita potrebbe aggravarsi nei prossimi anni a causa di un più alto livello di mortalità infantile tra le donne, attribuita ad una mancanza di cure mediche adeguate. Le stime sul numero di “donne che mancano all’appello” in Asia variano. Dai dati relativi a sette Paesi asiatici, riportati nel libro, questo numero sarebbe di poco superiore a 90 milioni. L’India e la Cina contano rispettivamente il 43% e il 45% del totale.
Gli autori calcolano che per il 2020 l’India avrà un surplus di popolazione maschile nella fascia d’età tra i 15 e i 35 anni tra i 28 e i 32 milioni. Il corrispondente surplus in Cina potrebbe ricadere tra i 29 e i 33 milioni.
Quali saranno le implicazioni relative a surplus maschili così ingenti? Traendo spunto da un certo numero di studi, gli autori indicano una serie di caratteristiche proprie di questa categoria di persone: uno status socioeconomico basso dovuto ad un più alto livello di disoccupazione e di lavori di basso livello; una più alta probabilità di degenerazione criminale; una ben individuata sottocultura da scapolo caratterizzata dalla ricerca del piacere immediato e dalla mancanza di attenzione al futuro; una tendenza al vizio e alla violenza.
Guardando ai dati storici, il libro osserva che i governi possono adottare misure per contrastare gli effetti negativi degli squilibri tra le popolazioni maschili e femminili, ma solo dopo lunghi sforzi ed alti costi. I Paesi asiatici e in particolare Cina e India, secondo gli autori, si trovano di fronte ad un compito assai arduo nel tentativo di evitare un brusco aumento nella violenza e nei problemi sociali. Secondo gli autori, l’instabilità potrebbe anche portare allo sviluppo di conflitti armati.
Una minaccia alla prosperità
Philip Longman, nel suo libro "The Empty Cradle" [La culla vuota] si concentra sugli svantaggi economici derivanti dai bruschi cali nei tassi di natalità. Mettendo da parte i timori per una “bomba demografica”, le economie moderne si fondavano sull’aumento costante della popolazione. Nuove attività economiche sorgono infatti nelle aree in cui la popolazione è in crescita, e i sistemi previdenziali dipendono dal crescente numero di contribuenti per finanziare l’assistenza per ogni generazione che va in pensione.
Egli nota che potrebbe sembrare inopportuno preoccuparsi per il numero troppo basso di figli, in un momento in cui la popolazione mondiale continua a crescere di circa 75 milioni di persone l’anno, tuttavia, i tassi di fertilità sono crollati negli ultimi anni e nessuna nazione industrializzata può contare su di un numero di bambini sufficiente a sostenere la sua popolazione. Dai dati delle Nazioni Unite risulta che attualmente 59 Paesi, in cui risiede il 44% della popolazione mondiale, si trovano con tassi di natalità inadeguati ad evitare il declino della propria popolazione.
Negli Stati Uniti, anche se prendiamo in considerazione gli alti tassi di immigrazione, per il 2050, un quinto della popolazione avrà più di 65 anni. L’Ufficio di Bilancio del Congresso stima che i costi per i programmi “Medicare” e “Medicaid” aumenteranno vertiginosamente, dall’attuale 4,3% del prodotto economico nazionale al 21% nel 2050. Longman avverte che i crescenti costi assistenziali potranno costringere i governi ad aumentare le tasse sui lavoratori, rendendo a loro volta più difficile permettersi delle famiglie numerose.
Il problema è ancora più grave nelle nazioni in via di sviluppo che hanno visto bruschi cali nei tassi di fertilità in un breve lasso di tempo, sostiene. Per la metà del secolo, ad esempio, le popolazioni di Paesi come il Messico e la Turchia potrebbero avere età medie più alte rispetto agli Stati Uniti.
Le proiezioni dell’ONU vedono per il 2050 un’età media di 39,7 negli Stati Uniti, con un aumento di 4,5 anni rispetto al livello attuale. Per contro, nel prossimo mezzo secolo l’età media del Messico salirà a 42 anni. Dalle proiezioni per l’intera regione dell’America latina e dei Carabi, l’età media nel 2050 si attesterà a 39,8, una frazione in più rispetto agli Stati Uniti.
Molti altri Paesi si trovano nella stessa situazione. In Algeria, l’età media dovrebbe aumentare dai 21,7 del 2000 ai 40 del 2050. Un’altra società in rapido invecchiamento sarà la Cina. Per il 2040 si stima che il 26% della popolazione avrà più di 60 anni. E se i Paesi ricchi hanno difficoltà a finanziare una popolazione che sta invecchiando, le nazioni in via di sviluppo dovranno affrontare un compito ben più difficile, essendo diventati vecchi, prima di essere diventati ricchi.
Tempeste finanziarie
La stretta fiscale che gli Stati Uniti si trovano a dover affrontare, dovuta ai costi derivanti da una popolazione che sta invecchiando, è l’argomento di un altro libro, dal titolo “The Coming Generational Storm", di Laurence Kotlikoff e Scott Burns.
Gli autori dedicano gran parte del loro libro ad analizzare i costi finanziari per il Governo federale, derivanti da una popolazione invecchiata. Essi accusano i politici di tutti i partiti, di aver deliberatamente ignorato i costi finanziari di lungo termine, privilegiando gli interessi politici immediati.
Il deficit fiscale, ovvero la differenza tra le future entrate e spese del governo, sarà dell’ordine di 45 mila miliardi di dollari, secondo Kotlikoff e Burns. Dai loro calcoli risulta che le tasse che gli attuali figli dovranno pagare nel corso di tutta la vita, per coprire questo buco, dovranno essere circa il doppio di quelle attuali.
Un aumento fiscale di questa portata, produrrà una riduzione delle entrate nette, e un eventuale aumento delle tasse sulle attività economiche significherebbe poter destinare minori risorse agli investimenti di capitale. Essi sottolineano inoltre che più le decisioni vengo rimandate, più diventerà doloroso provvedere a coprire il buco fiscale.
Un’alternativa proposta dagli autori consiste nell’attuare profondi cambiamenti nei sistema previdenziali e sanitari, riducendo le future spese e allineando i pagamenti in modo più corrispondente alle reali necessità delle persone. Essi inoltre raccomandano che le persone evitino di continuare a spendere tanto ed inizino a risparmiare seriamente per la pensione.
Alcune recensioni hanno ritenuto questi tre libri troppo pessimistici nelle loro previsioni. Ma anche se il futuro può non essere così lugubre come viene descritto, l’opinione economica prevalente ritiene che il forte calo nei tassi di fertilità sarà comunque fonte di gravi problemi per l’economia mondiale.
Se i governi di domani dovranno constatare che gli impegni precedentemente presi “hanno esaurito la loro capacità fiscale di rispondere alle congiunture negative, si potrebbero verificare delle crisi economiche e dei sollevamenti sociali”, conclude Peter Heller, vice direttore del Dipartimento per gli affari fiscali del Fondo monetario internazionale, nel suo libro del 2003 “Who Will Pay?” [Chi pagherà]. La società potrebbe rimpiangere il giorno in cui ha accolto la logica del movimento per la pianificazione familiare.
La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.
Jean Paul Sartre